Hotel a 4 stelle
Autore: VisitMaiori
03. Paliotto
Dalla metà del Trecento alla fine del Quattrocento fu molto diffusa in Inghilterra la produzione di polittici in alabastro. Numerose e molto attive furono le botteghe di espertissimi intagliatori di questa traslucida e duttile pietra dalla calda tonalità. Essi furono capaci di ricavare dalla morbidezza di questo calcare una sottile e raffinata plasticità. Di certo si sa che l’alabastro veniva estratto dalle cave della Contea di Derby e famosi divennero gli scultori di Nottingham, come viene confermato da Francis W. Cheetham, ma si affermarono anche quelli di York, Lincoln, Burtoti, Bristol e Norwich.
Numerose sono le testimonianze presenti nell’Europa Centrale. In Italia, invece, dove la tecnica dell’intaglio di questa pietra fu quasi del tutto ignorata fino agli inizi del XIX secolo, si sono ritrovati a tutt’oggi solo pochi esemplari. Possiamo ricordare il paliotto con le Storie della Vergine della Chiesa di San Benedetto a Settimo, affine a quello di Malori per la tematica mariologica, quello di Santa Caterina e le Storie della sua vita, che si conserva presso la Galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia, quelli dedicati alla Passione del Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli, del Museo Civico di Ferrara, della Chiesa dell’Annunziata di Venafro e del Museo del Palazzo Bianco di Genova.
L’esemplare di Maiori è da ritenersi più antico degli altri e di più pregevole fattura. La vivacissima attività marinara e l’intensità dei traffici commerciali della costiera dovettero indubbiamente favorire la venuta di questo preziosa rarità.
Databile primo quarto del quattordicesimo secolo, essa rappresenta le «Cinque gioie della Vergine” tra i Santi Margherita e Giacomo. La composizione colpisce per una pacata solennità che culmina nella scena centrale della Resurrezione. Rivela una caratterizzazione formale, che non eccede nel gioco lineare e non si abbandona al plasticismo ridondante proprio del gotico fiorito.
L’opera si compone di sette lastre di alabastro inserite in telaio ligneo con dimensioni di due metri e dodici centimetri di lunghezza e di settantuno centimetri di altezza. Ciascuna di esse, fatta eccezione di quella centrale e di quella che raffigura Santa Margherita, è sormontata da una raffinata e sottile architettura gotica a traforo. Esse, inoltre, sono sottotitolate con lettere in perfetto carattere gotico con colore nero e rosso per le iniziali.
Sebbene siano presenti danneggiamenti in alcuni punti, il polittico conserva tutta la sua compostezza e si impone come capolavoro autentico anche perché si è preservata l’originaria policromia.
La casa delle stelle
6) I pittori di Maiori
L’esperienza dei “Costaioli”, o “Pittori di Maiori” come li definisce il prof. Massimo Bignardi, trae linfa da una fortunata congiuntura che, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, porta in Costiera illustri presenze di artisti europei: “Il paesaggio diviene, così, uno spazio carico di tensioni e di inquietudini, di passionalità, ricercate nel movimento dei colori, nelle macchie, nelle vibrazioni cromatiche: è quello che Stendhal chiama la disperazione della solitudine”. (Massimo Bignardi).
Il caposcuola fu Gaetano Capone (Maiori 1845-1924), autore tra l’altro di numerosi dipinti e affreschi realzzati per la Collegiata di Santa Maria a Mare.
Subito dopo gli studi il Capone si trasferì a Roma dove fu allievo di Cesare Fracassini e con il quale collaborò agli affreschi della Basilica di San Lorenzo.
I frutti di di questa esperienza si riflettono senz’altro nella realizzazione delle opere realizzate per la Collegiata, per la Badia della Santissima Trinità di Cava e per le chiese di Fisciano e Casalvelino.
Dopo la morte di Fracassini nel 1868, Capone tornò a Maiori e se sulla sua scia seguì una nutrita schiera di artisti maioresi: Raffaele D’amato, Angelo Della Mura, Antonio Ferrigno, Luigi Paolillo e gli amalfitani Enrico Lucibello e Pietro Scoppetta. Nei primi decenni del Novecento fece seguito una scenda ondata di artisti: Antonio Rocco, Luca Albino, Manfredi Nicoletti, Ignazio Lucibello, Gaetano Cimini, Paolo Caruso e Ulderico Forcellini.
02. Paisà (1946)
Paisà (1946) comincia all’interno e all’esterno del convento di San Domenico. I soldati arrivano in una Maiori deserta; i tedeschi sono in fuga e la popolazione è asserragliata nel convento.
Il film ripercorre l’avanzata delle truppe alleate dalla Sicilia al Po, descrivendo di episodio in episodio, alcune situazioni emblematiche che mettono a fuoco i rapporti tra i singoli personaggi e la guerra, intesa come condizione umana e sociale abnorme e tragica. La torre Normanna fu il set del I episodio, quello che passa per essere l’episodio siciliano.
La fortezza dell’orrore, come appare agli occhi di un soldato americano, altro non è che la torre di Maiori. Qui Rossellini stabilì il quartier generale delle riprese di Paisà, l’opera più rappresentativa del cinema italiano del dopoguerra.
Sempre di Maiori, scelto tra i personaggi della vita reale, è lo straordinario ragazzino dell’episodio napoletano, Alfonsino, scelto da Federico Fellini (aiuto regista di Rossellini) tra i curiosi mentre si girava alla torre normanna. “Hey Joe si t’adduorme, io m’arrobbo ‘e scarpe”: è un frammento fra i più belli del cinema di ogni tempo.
Per Paisà, Rossellini prolungò di qualche mese la sua permanenza a Maiori, finendo per aggiungere l’episodio dei frati che non compariva nella prima sceneggiatura del film. Aveva trovato nei fraticelli del locale convento di San Francesco il richiamo spirituale che lo avrebbe spinto a realizzare più avanti Francesco Giullare di Dio.
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A metà del Corso Reginna inoltrandosi per il vicolo di Casa Mandina, si costeggia ciò che rimane del Baluardo di San Sebastiano.
Il Baluardo di San Sebastiano, oltre ad assumere un notevolissimo valore strategico-difensivo per Maiori e per il territorio dell’intero Ducato, ha condizionato notevolmente l’impianto urbano della città. Infatti fino al XIX secolo il tracciato delle mura (parziale) insieme alla linea di costa ha determinato il disegno urbano verso sud della città. Infatti mentre la linea di costa era ed è il confine tra il mare e la terraferma; le mura dividevano a loro volta questo spazio in territorio extramoenia e territorio intramoenia.
Quindi se ai tempi della sua costruzione rappresentava sia la prima linea difensiva della città che l’accesso ad essa, col trascorrere degli anni, a seguito delle mutate condizioni storico-sociali ed economiche, ha conservato sia pure in forma simbolica, solo quest’ultima funzione. Purtroppo in seguito all’alluvione del 1954 l’impianto urbano della città è stato completamente stravolto. Il risultato è stato un insieme di edifici, che non hanno alcun riferimento con le tipologie abitative del luogo, e nessun equilibrio tra spazio edificato, spazi liberi ed aree verdi.
Va citato all’uopo il progetto-proposta dell’architetto Valente (nella metà dell’Ottocento), dopo il rinvenimento degli Arsenali, di dissotterrare ciò che rimaneva delle antiche vestigia della città di Maiori, arricchendo quindi il patrimonio storico-architettonico.
Il Baluardo di San Sebastiano è stato completamente circoscritto e chiuso dalla città moderna, che ha totalmente cancellato e nascosto l’antico confine – costituito dalle mura del Baluardo – della città verso il mare. Quindi il baluardo di S. Sebastiano, che tra l’altro versa in un cattivo stato di conservazione, non offre più la possibilità, se non agli occhi di un attento osservatore, di percepire il rapporto “fossato-cinta muraria-città” ed anche la “linearità-continuità” della mura. Infatti percorrendo oggi ciò che rimane dell’antica via intramurale (via Casa Mandina), è estremamente difficile notare la presenza delle antiche mura della città, che per altro emergono attualmente, per effetto della sedimentazione, circa una metà della loro originaria imponente altezza. L’antico baluardo passava all’incirca per le attuali Vie degli Orti e Casa Mandina e si congiungeva con la collina del Brusario dove si apriva la porta De Iusola (in linea con l’attuale Via De Iusola). Ancora oggi, affacciandosi alla loggia della Collegiata, è possibile idealmente tracciare la linea difensiva dell’antica città di Maiori partendo con lo sguardo dalla via Orti, sotto la loggia della chiesa, e portandosi verso est fino all’ingresso di via De Iusola. Un altro luogo di osservazione è sul versante opposto, in cima alla collina del Brusario che si raggiunge percorrendo per intero via Lazzaro. Da queste postazioni è possibile constatare l’allineamento delle torri e delle murazioni nonchè apprezzare le bellezze paesaggistiche dei luoghi.
Chiesa del SS. Rosario
Il monumentale complesso di S.Domenico, costituito dal Convento e dalla Chiesa del S.S. Rosario, fu eretto nel 1660 grazie ai finanziamenti del maiorese Leonardo Russo e costruito probabilmente sui resti di due antichissime chiese di S. Giovanni e S. Vincenzo in Campulo ( 964 ).
Fu donato dallo stesso Russo, per essere scampato alla pestilenza del 1656, all’Ordine Domenicano. In esso furono stabilite, per volontà e condizione del benefattore, due cattedre di Filosofia e Matematica, cui fu aggiunta una terza di Teologia. Il convento fu chiuso il 18 settembre del 1809 in forza delle leggi eversive napoleoniche. In esso erano conservate numerose opere d’arte, di cui non resta ormai traccia alcuna, e vi trovava sede una ricchissima biblioteca trasferita, nella stessa epoca, a Salerno nel convento di S. Lorenzo.
La chiesa, imperniata su una sola maestosa navata con volta a botte e cupola sferica, fu chiusa, insieme al convento nel 1980 a causa del terremoto ed è rimasta tale, successivamente, a causa della mancanza di finanziamenti per il restauro.
L’8 agosto 2014, dopo 34 anni, la Chiesa viene riaperta grazie alla generosa sottoscrizione dei cittadini maioriesi e al contributo della conferenza episcopale italiana.
