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a) Cenni Storici e Architettonici Collegiata

La chiesa Collegiata , anticamente era dedicata a San Michele Arcangelo, ed era una cappella all’interno della rocca, intitolata appunto a Sant’Angelo, che costituiva il fortilizio, munito di torrioni, del Baluardo di San Sebastiano. Esso era una fortificazione costituita da sei torri circolari collegate da una muraglia, nella quale si aprivano tre porte dal lato della marina per assicurare la città dalle invasioni dal mare.

In seguito i maioresi dedicarono la rocca e la chiesa a Santa Maria a Mare.

Assicurata una certa stabilità politica, tra il XIII e il XIV secolo, i maioresi cominciarono a demolire la rocca e ad ampliare la chiesa, diventata ormai Rettorìa.

Alla demolizione della rocca scamparono il torrione quadrangolare, che nel XIV secolo venne trasformato in campanile, ed una torre circolare, che ancora oggi si può ammirare nella parte centrale dell’attuale sacrestia.

Il 5 giugno del 1505, con bolla pontificia, il papa Giulio II elevò la chiesa da Rettorìa a Collegiata.

Nel 1529 la Collegiata fu arricchita con la costruzione del grandioso soffitto a cassettoni donato dal patrizio maiorese Erasmo De Ponte ed eseguito dall’artista Alessandro De Fulco.

La Chiesa, attraverso vari restauri ed ampliamenti  ha raggiunto lo stato attuale per opera dell’architetto Pietro Valente nel 1835, che ideò il capovolgimento totale dell’orientamento della Chiesa e progettò un radicale rifacimento che doveva farle assumere l’imponente aspetto attuale, con le grandiose navate, l’ampio transetto , che le conferiscono un’impronta di magnificenza e di luminosità.

La pavimentazione fu eseguita nel 1880, ‘a devozione dei cittadini maioresi e dell’architetto Andrea d’Amato di Maiori che disegnò e diresse’, e  presenta al centro, sotto la cupola principale, la decorazione dell’antico stemma della Città di Maiori.

Nel 1904 fu costruito, dalla rinomata ditta Zeno Fedeli di Foligno su commissione del Consiglio Comunale, il monumentale organo a conduzione pneumatica, restaurato nel 2003 in occasione della ricorrenza del primo centenario.

Nel 13 agosto 1973 la Chiesa fu elevata a Santuario Mariano.

Il 7 agosto del 2000, anno giubilare, è stato inaugurato il Museo di arte sacra intitolato al Canonico ‘Mons. Don Clemente Confalone’.

Il Santuario è stato decretato chiesa giubilare diocesana del 2000.

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Villa Romana – Minori

 La villa scoperta a Minori risale, nonostante una vita edilizia molto complessa, nella sua fase originale, all’epoca giulio-claudia, con interventi di monumentalizzazione nell’età dei Severi.
Questa villa, scoperta nel 1932, presenta un impianto organico e allo stesso tempo monumentale che vede come punto centrale un triclinio-ninfeo. Questo ambiente, che divide la villa in due parti simmetriche, era abbellito sul lato Nord da una piccola cascata e da una vasca decorata da una architettura prospettica, di cui sopravvive solo il frontone con resti di stucchi, mentre sui lati Est ed Ovest da letti triclinari in muratura. Il triclinio si apre a Sud mediante un arco in laterizi, su un ampio viridarium con vasca centrale; questo spazio è delimitato sui lati Est, Sud e Nord da un triportico.

Ad Ovest, all’estremità del nucleo occidentale dei vani, una scala immetteva al piano superiore; un’altra scala simmetrica doveva trovarsi all’estremità del lato Est, dove sono stati rinvenuti pochi gradini e dove la villa veniva lambita dal corso, ora  deviato,  del torrente Reghinna.

Del piano superiore rimane soltanto parte di un impianto termale, difficilmente riconducibile alle strutture originarie della villa.
La tecnica costruttiva prevalente è l’opera incerta con utilizzo di pietra calcarea locale, con una regolarizzazione mediante blocchetti di travertino pestano nei punti di maggiore sollecitazione strutturale; nel triportico viene utilizzata l’opera laterizia. La decorazione pittorica (grandi pannelli con elementi figurati su zoccoli a fondo nero e rosso) rientra nel pieno III stile e riguarda solo quattro ambienti; i mosaici che si trovano nella parte di rappresentanza della villa riproducono una scena di tiaso marino e motivi vegetali di ispirazione dionisiaca.

Delle 1300 monete recuperate durante lo scavo del 1934, di cui ne restano attualmente solo 120, la maggior parte si colloca tra il I ed il IV sec. d.C.; la ceramica rinvenuta è rappresentata soprattutto da contenitori da trasporto e da pezzi di uso comune.
Al piano superiore è stato creato un piccolo antiquarium dove è possibile vedere non solo gli oggetti rinvenuti nella villa ma anche dei pannelli pittorici, staccati da un ninfeo, scoperto più a Nord, sotto la Chiesa di S. Lucia, e rinterrato perché pericolante.

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Torrione Angioino Erchie

La torre è di epoca vicereale, a quattro troniere; risulta sopraelevata da una costruzione che occupa metà della piazza d’armi.

Moderne le aperture e lo scalone di accesso.

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Fermata SITA 06

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q) Quadro de La Madonna della Cintola

Dipinto su tavola (cm. 200 x 120) su altare con colonne di finto marmo rosa, opera di Giovannàngelo D’Amato (1596), raffigurante la Madonna  col Bambino, che, porgendo le cinture a Sant’ Agostino e a Santa Monica, sta in alto tra le nubi, incoronata da due angeli.

Di patronato della famiglia di Anna Staibano nel 1700.

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08. Calice di Romualdo De Rosa

Di gusto neoclassico, propone una decorazione a baccellature non marcate, riportate sul piede e sul sottocoppa.

Il nodo, che si collega al piede con un collarino cordonato,  ha un’alta svasatura e ripropone in alto la baccellatura.

Anche la coppa, dorata,  è allungata..

Bollatura con “Testina di Partenope” di profilo e numero 8.

Databile nel periodo 1823-1872. Il marchio dell’argentiere Romualdo De Rosa è RDR.

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02. Cofanetto degli Embriachi

L’Alto Medioevo vide la proliferazione ed affermazione di schiere di artisti che riuscirono a soddisfare le pressanti richieste di una committenza ricca e aristocratica, sensibile e amante del lusso, attraverso produzioni sempre più raffinate.  

La famiglia degli Embriachi, di origine fiorentina. portò a nuovi e alti livelli di qualità questa forma d’arte grazie alla introduzione di importanti innovazioni tecniche e stilistiche; fu l’unica ad introdurre il gusto aneddotico della narrazione.

La Scuola degli Embriachi, imitata da molti,  ebbe successo lungo e fu la più ammirata per la produzione di cofanetti, scatole nuziali , specchi ed altri manufatti. 

Il cofanetto di Maiori, di lunghezza cm. 39, di larghezza cm. 24 e di altezza al coperchio di cm. 19 e massima di cm. 30, è composto da sei riquadri disposti a due due sui lati lunghi, mentre gli altri due occupano ciascuno i due lati corti.

Tra le storie leggendarie più in voga in quel tempo e, soprattutto, più rappresentate dalla bottega degli Embriachi, è da annoverare quella detta della “Regina Stella e Mattabruna”,  che, nell’esemplare di Maiori e in quello del Museo di Cluny, trova una descrizione quanto mai dettagliata ed esaustiva che consente una lettura chiara e avvincente. Altra testimonianza del genere, purtroppo mutila in più parti, è quella che si conserva nel Museo Civico di Torino.

Quattro placche, ognuna di cm. 3,7 di larghezza e di cm. 9,7 di altezza, formano ciascun riquadro, ad esclusione di quello di uno dei lati corti che è, invece, composto di cinque placchette, di cui due ridotte per consentire il “continuum” descrittivo.


La Storia ha inizio sul lato dell’apertura del cofanetto.

Nel primo riquadro la “consecutio” scenica si apre con la Regina Mattabruna, che, presa da odio nei confronti della nuora Stella, moglie del Re Oriant De L’Illefort,  d’intesa con una complice, trama la sostituzione dei suoi sette neonati con altrettanti cuccioli di cane, onde screditarla presso il re.

La scena successiva vede la presentazione dei cuccioli al Sovrano da parte della Mattabruna accompagnata da due donne, che hanno aderito al complotto.

Segue la rappresentazione dello stupore e della indignazione del Re, seguita da quella dell’angosciosa tristezza della Regina Stella, caduta in tranello.

Nel secondo riquadro, sempre in ambiente di corte, la Mattabruna continua la sua opera malefica e ingiunge ad un servitore di procedere all’uccisione dei neonati che poi gli consegna.

Segue il ricatto morale del servo, che esce dalla dimora regale triste e, mosso a pietà, lascia nel bosco i sette pargoli.

Il terzo riquadro è ambientato nel bosco, dove i neonati, avvolti in strette fasce, vengono scoperti da un eremita, che, stupito e commosso, li prende con sé; prega, poi, in ginocchio e li affida alla protezione di Dio, che lo esaudisce. Infatti, nella quinta placca compare una cerva.

Il quarto riquadro si apre con l’immagine dell’eremita che fa allattare i piccoli dalla cerva. Quelli successivi evidenziano la missione di educatore dell’eremita con i fanciulli ormai cresciuti.

Il quinto riquadro ambienta la scena nella corte con la Mattabruna che cospira con Malquarres alfine di rasserenarsi sull’avvenuta morte dei nipoti, ordinandogli, in caso di ritrovamento, di ucciderli. Costui ritrova nel bosco i fanciulli e, preso da profonda commozione, invece di dare compimento all’atto nefando, per dimostrate alla Regina di avere compiuto quanto da lei voluto, ruba a sei di essi le catene d’oro che cingevano il loro collo, simbolo della loro nascita regale. Prodigiosamente i sei fanciulli si trasformano in cigni, mentre il settimo, di nome Elias, continua a vivere con l’eremita.

Il sesto riquadro raffigura l’apparizione di un angelo, che rivela al vecchio le losche trame della Mattabruna e lo informa sulla decisione della stessa di far uccidere la Regina Stella, qualora nessun campione valoroso si fosse presentato a sua difesa entro sei giorni.
L’angelo, perciò, invita l’eremita a recarsi alla reggia insieme con Elias. Ma al cospetto del Re e della corte si presenteranno non solo il vecchio ed Elias, ma anche gli altri sei fanciulli che hanno ripreso le loro sembianze umane.

La verità troverà il suo trionfo con la riconciliazione tra il Re e la Regina Stella.


Da una notizia riportata dallo storico locale Staibano, si può ipotizzare che il cofanetto sia pervenuto nella Collegiata nell’anno 1540 . 

 

 

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03. Il Miracolo (1948)

Nel ’48 Rossellini si accinge, sempre a Maiori, a girare Il miracolo (1948), secondo episodio de “L’amore”, interamente dedicato all’arte drammatica di Anna Magnani, la compagna del momento del regista e l’attrice che ha conquistato le platee cinematografiche di tutto il mondo con la superba interpretazione di Roma città aperta.

Nel primo episodio la Magnani si era cimentata con un testo da capogiro per qualsiasi attrice, “Una voce umana” di Jean Cocteau, monologo di una donna al telefono: disperata, abbandonata dall’uomo che lei cerca disperatamente di tenere legato a sé.

Nel secondo episodio, appunto Il miracolo, si narra dell’avventura di una povera demente (Anna Magnani), la quale crede di scoprire in un pastore che approfitta di lei, San Giuseppe (il giovane Federico Fellini), cosicché accorgendosi di essere incinta, grida ai quattro venti il miracolo compiutosi, mentre la popolazione del villaggio la deride e la insulta.

Dunque per questo film, nei primi mesi del ’48 la troupe si stabilì nell’albergo Santa Caterina, più vicino a Furore e al suo fiordo, destinati ad ospitare una parte delle riprese. Federico Fellini, sceneggiatore del film ne fu anche l’interprete insieme alla Magnani e agli abitanti di Maiori ed Amalfi.

Roberto Rossellini riuscirà a tracciare, in questo episodio, il catalogo dei suoi pellegrinaggi sulla costa amalfitana: Maiori con i suoi vicoli e la chiesa di Santa Maria a mare, Capodorso, Atrani, il fiordo e la chiesa di San Michele a Furore.

 

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Fermata SITA 05

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h) Il soffitto cassettonato della navata centrale

E’ uno degli elementi decorativi più rilevanti di ciò che rimane di antico della Collegiata, dopo la riedificazione operata da Pietro Valente nel 1836. 

Il  lacunare fu commissionato nel 1529 dalle famiglie D’Aponte, Mezzacapo e Lanario al pittore napoletano Alessandro De Fulco.

Dall’atto pubblico rogato il 2 marzo  dal notaio Cìnnamo apprendiamo che : “ detto maestro Alessandro si promette di fare costruere la intempiatura de la detta chiesa de Santa Maria per tutto lo titto de la nave de mezzo, et per la mità del mese de augusto, presentis anni , ad tutti soi spese tanto di ligname quanto de pictura et de omni altra cosa nge bisognasse de quella sorta et forma che sta la intempietura…………, de colori fini et con le stelle d’oro fino, et in mezzo de detta intempiatura, farenge una madonna sopra de palme sette tutta de rilievo lo campo d’oro, fino et la veste de aczuro fino ad electione de li predetti con lo figliolo in braczia con lo bastone d’oro intorno similiter de oro”.

Tutta l’opera doveva costare 215 ducati.

L’effetto cromatico scaturente dal verde e dal bianco dei quadroni, in uno con l’oro delle cornici, dà vita ad una visione armonica e maestosa che viene esaltata dalla presenza della Madonna nella parte centrale.

Nei quattro angoli è rappresentato lo stemma della famiglia De Ponte.