Hotel a 4 stelle
Autore: VisitMaiori
Bar Oriente
i) Organo Zeno Fedeli
Il monumentale organo che troneggia sopra l’entrata principale fu costruito nel 1904 dalla rinomata ditta Zeno Fedeli di Foligno su commissione del Consiglio Comunale.
A livello nazionale, esso è uno dei più integri tra gli organi di Zeno Fedeli superstiti a rimaneggiamenti e trasformazioni.
Il restauro conservativo eseguito nel 2003 dalla ditta artigiana Romain Legros ha restituito allo strumento il suo originario splendore fonico e timbrico. L’organo presenta 71 canne di facciata in lega di stagno tigrato 50% disposte in cinque campate a cuspide centrale (8 +11+9+11+8) + due organi muti di 12 canne ciascuno.
L’andamento delle canne è convergente al centro a V e allineate a quelle degli ordini muti. Il profilo è semicircolare per le tre campate maggiori e piatto per le minori. La console in rovere è rivolta verso l’altare e presenta due tastiere di 56 note (Do 1-Sol 5).
I tasti diatonici sono in osso e i cromatici in ebano. La pedaliera, anch’essa costruita in legno di rovere, è parallela di 27 note (Do 1 – Re 3).
I comandi dei registri sono posti a terrazza a fianco dei rispettivi manuali su file tiranti a pomello in legno tornito con apposite nomenclature in ceramica. La manticeria è a lanterna, comprensiva di aria forte e serbatoio principale.
Registri
GRAND’ORGANO
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Principale 16’ |
Principale 8’ |
Viola 8’ |
Bordone 8’ |
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Ottava 4’ |
Flauto ottaviante 4’ |
Principale 4’ |
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Ripieno 4 File |
Tromba 8’ |
Clarino 8’ |
Dulciana 8’ |
ORGANO ESPRESSIVO
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Tremolo |
Bordone 4’ |
Coro Viole |
Bordone 8’ |
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Celeste 8’ |
Viola 8’ |
Principale 8’ |
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Oboe 8’ |
Voce Umana 8’ |
PEDALIERA
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Tromba 8’ |
Basso 8’ |
Contrabasso 16’ |
Subbasso 16’ |
Accessori: II manuale-Pedaliera , I manuale-Pedaliera , Superottava , Subottava, Combinazioni libere.
Fermata SITA 12
Venerdì Santo
Un rito tipico della Pasqua è la “Processione del Venerdì Santo” una tradizione probabilmente importata dalla Spagna, che si rinnova in Campania ogni anno. I riti sono detti “misteri” e ricordano la Passione di Cristo, e vengono svolti in vari centri della Campania nel giorno di Venerdì Santo.
A Maiori la processione del Cristo Morto conclude le stazioni commentate della Via Crucis che inzia nella chiesa di San Francesco. Le ultime stazioni sono rappresentate oltre che commentate, con la processione finale del Cristo morto dal Complesso Monumentale di San Domenico, dove viene rappresentata la crocifissione, fino alla Collegiata di Santa Maria a Mare . I battenti accompagnano il corteo con i loro suggestivi canti.
Con l’invasione dei saraceni, dei Normanni e poi dei Pisani, Amalfi e tutte le cittadine della costa, che erano state splendide località popolate e fortificate, ricche di sontuosi palazzi ornati di affreschi, marmi colonne e fontane, si avviarono a diventare modesti paesi la cui economia si basava sull’agricoltura, pesca e artigianato locale.
Con la decadenza mercantile e marinara l’abitato e le maggiori attività di Maiori ripresero a disporsi lungo la valle del Reginna dove a cavallo del corso d’acqua erano dislocate le cartiere.
Anche le industrie molitorie, laniere e teliere erano alimentate dallo stesso corso d’acqua, tanto da formare un complesso che, con la parte a monte in territorio di Tramonti, costituiva la maggior concentrazione di opifici della costiera.
Nella prima metà del secolo scorso, in un momento di particolare floridezza economica, fu redatto un progetto per un piano di sistemazione della fascia a mare dell’intero abitato ricco di edifici pubblici, per tutte le occorrenze municipali e mandamentali. Questo piano approvato nel 1841 non fu mai eseguito.
Maiori fu, fin dall’alto Medioevo, il punto chiave di accesso alla Costiera dall’entroterra : attraverso la valle di Tramonti veniva drenato il traffico proveniente dalla piana del Sarno, che poi giunto a Maiori volgeva a ovest in direzione di Amalfi. Di notevole importanza per l’evoluzione del territorio agricolo maiorese furono senza dubbio gli insediamenti monastico-benedettini sempre attivi in opere di dissodamento. Intorno ai secoli X e XIII ne esistevano ben quattro disposti lungo le propaggini montane degradanti verso la costa : Santa Maria de Vistellis (1222), Santa Maria de Olearia (1008), San Nicola de Carbonaris e Santa Maria di Erchie, tutti soppressi e scomparsi, tranne quello di Santa Maria de Olearia, del quale rimangono resti e una cappella in grotta risalente al X sec..
Intorno al 1400 furono impiantate a Maiori una “celendra” e delle “tannerie” (concia delle pelli) che spedivano prodotti in Germania e in Inghilterra. Nel 1424 sorse una fabbrica per la lavorazione del cuoio.
Maiori ha goduto nel corso dei secoli di numerosi attestati e privilegi da parte di Re e Pontefici dell’epoca tra cui vanno menzionati: il titolo di <
Infine è doveroso citare due rovinose alluvioni di questo secolo: la prima del 24 ottobre 1910 che distrusse il lato nord-orientale di Maiori, il Convento dei Frati Minori e la frazione di Erchie; la seconda il 24 Ottobre 1954 distrusse buone parte dei villaggi a nord e il centro cittadino.
Dopo quest’ultima catastrofe la ricostruzione della città, realizzata in assenza di un piano regolatore generale e lasciando spazio ad uno sfruttamento a volte intensivo del territorio, fa assumere a Maiori l’aspetto odierno.
Il Duomo, dedicato alla Madonna Assunta, conserva la preziosa reliquia del santo protettore del paese, S. Pantaleone, reliquia costituita dal sangue versato dal martire e conservato in un’ampolla e soggetto a liquefazione nel giorno anniversario del suo martirio, il 27 luglio.
A croce latina, a tre navate, la chiesa absidata mostra un impianto con caratteri paleocristiani, compreso l’andamento ascendente del piano di calpestio; le navate sono divise da archi a tutto sesto poggianti su colonne con capitelli di spolio.
Il transetto, elevato rispetto alla parte riservata al popolo, presenta nell’abside centrale un altare di marmo policromo, preceduto da quattro scalini, seicentesco, ed una mensa, di tipo postconciliare, costituita da un sarcofago di epoca medievale (1362), con iscrizione dei nomi dei primi otto vescovi ravellesi (Ravello fu sede vescovile dal 1086 al 1818).
La copertura delle navate è affidata ad una capriata lignea a vista per quella centrale e due mezze capriate cementizie per le laterali; il transetto è coperto, invece, da una volta a botte lunettata, interrotta nella parte centrale da una cupola a scodella. Il catino absidale è decorato da motivi barocchi, come barocche sono le paraste con capitelli in stucco che decorano il transetto.
L’abside destra accoglie l’altare in marmo del 1795, su cui spicca una grossa pala rettangolare che mostra l’Arcangelo Michele mentre colpisce il demonio, opera del 1583 di Giovan Angelo D’Amato di Maiori; sull’abside centrale una nicchia contiene la statua lignea della Madonna Immacolata, settecentesca, mentre l’abside sinistra fu ampliata per far posto nel 1618 alla costruzione della Cappella per accogliere la reliquia del Santo, fino ad allora custodita sull’altare maggiore.
Un grande altare di marmo contiene, al di sopra del Tabernacolo, un piccolo vano dove è posta, tra due grate, l’ampolla con il sangue; al di sopra una tela, opera del genovese Geronimo Imperiale del 1638, ritrae S. Pantaleone legato ad un tronco di olivo ed il sacerdote Ermolao (colui che convertì il santo, prima pagano, al cristianesimo); due tele più piccole, ai lati, ritraggono S. Barbara e S. Tommaso Apostolo.
Il sottarco d’ingresso alla Cappella è diviso in riquadri dove sono affrescate scene della vita del santo.
Altri tre elementi importanti, dal punto di vista artistico, sono conservati nel Duomo: le porte bronzee, il pulpito e l’ambone.
La porta bronzea è costituita da cinquantaquattro formelle disposte sui due battenti ed incorniciati da motivi geometrici. L’intera struttura, risalente al 1179, dono del nobile Sergio Muscettola fu creata a fusione dall’artista tranese Barisano di Trani.
L’ambone dell’epistola, dal lato sinistro della navata centrale, fu offerto dal vescovo ravellese Costantino Rogadeo non più tardi del 1150 (fu infatti vescovo dal 1095 al 1150).
Il pulpito, invece, nella navata opposta, è una costruzione più articolata, poggiante nella parte della balaustra su colonne, con capitelli di scuola francese, sostenute da sei leoni marmorei, ripresi nell’atto di camminare; dono del nobile Nicola Rufolo, costruito nel 1272 da Nicola Bartolomeo da Foggia, mostra una decorazione musiva spettacolare non solo nella balaustra, dove appaiono la Vergine col Bambino.
La cripta, fuori terra, con copertura di volte a crociera, è adibita a museo. Completa il duomo un campanile quadrato a tre registri con ampie bifore sui quattro lati definite dal motivo decorativo a laterizi; la coronatura è ad archetti di tufo ciechi su colonnine binate.
Fermata SITA 03
Maiori Antica
02. Flora
“In questo paesaggio cesellato da lento lavorio di scavo e di intaglio dei fenomeni carsici, tra il biancore delle nude pareti calcaree, negli stretti valloni e lungo le pendici del movimentato rilievo s’inserisce – e domina talora nella varietà delle sue essenze – la tipica vegetazione mediterranea.”
Sul litorale gli splendidi fiori di Cetaurea cineraria, della Barba di Giove, della Mattiola lattiginosa, ma soprattutto la più interessante della flora di Capo d’Orso: la palma nana ( Chamaerops humilis) . Si tratta dell’unica palma spontanea del continente europeo ( oltre a quella che si trova a Creta ), tracce rare di antiche ere climatiche.
Appena più in alto la vegetazione assume l’aspetto inconfondibile della macchia; una formazione, la macchia della costiera, sicuramente prodotta dall’azione dell’uomo nei secoli. Dove quest’azione è stata esercitata di meno troviamo la macchia alta dominata da essenze sempreverdi quali il leccio , il lentisco, il corbezzolo e esemplari di carrubo. Vanno infine citati gli agglomerati di pinete litoranee derivante dall’intrusione del pino nella vegetazione di Capo d’Orso sia a causa di recenti rimboschimenti sia per remote pratiche colturali presenti in Costiera, probabilmente anche per la maggiore resistenza al fuoco.
Ad altezze maggiori troviamo invece i boschi di castagno che danno un aspetto inconfondibile alle zone interne tra i 300 e i 900 metri d’altezza e che sono stati curati fin dal Medioevo per il loro interesse economico. Possiamo infine trovare una vegetazione mista con una boscaglia composta di diverse specie quali ancora il leccio e roverella ma anche carpinella, orniello, ontano napoletano .
